Il Giappone è stato uno dei progetti più lunghi e profondi del nostro lavoro. Non ha avuto un unico esito, perché il suo vero risultato è stato trasformare il nostro sguardo.
Con Toshiyuki Kita abbiamo attraversato il Paese da Sapporo ad Amami, entrando in aziende, laboratori e comunità artigiane normalmente inaccessibili. La sua ricerca era rivolta a una cultura materiale in via di estinzione, fatta di gesti lentissimi, conoscenze tramandate e rispetto assoluto per la materia.
Abbiamo seguito la carta washi, dalla coltivazione del kōzo alla lavorazione manuale; la lacca urushi, naturale, preziosa e pericolosa; i tessuti di Amami destinati ai kimono; gli alberi educati per anni nelle foreste affinché assumessero la forma necessaria alla casa giapponese.
In queste esperienze abbiamo compreso che l’artigianato giapponese non è soltanto tecnica.
È disciplina, attesa, ripetizione, ascolto. Il gesto quotidiano perde la sua normalità e diventa quasi un rito.
Washi and Urushi
Le mie fotografie sono confluite anche nel libro di Toshiyuki Kita "Washi and Urushi — Reinterpretation of Tradition", dedicato alla carta e alla lacca.
Il Giappone ci ha insegnato che la bellezza non nasce dall’effetto, ma dalla profondità del gesto.